La svogliatezza suicida dei partiti sulla riforma del loro finanziamento

Dicono che Giorgio Napolitano, che pure con i segretari di Pdl, Pd e Udc mantiene un canale di comunicazione sempre aperto e quasi quotidiano, abbia scosso la testa in silenzio, come a dire: “Perdonali, perché non sanno quello che fanno”. Renato Schifani, presidente del Senato, invece lo ha detto, e con inusuale e allarmata nettezza per una carica istituzionale: “Non sta a me parlare di commissariamento, dico però che se i partiti si faranno precedere da Giuliano Amato sul finanziamento pubblico assisteremo alla loro definitiva perdita di credibilità”.
12 AGO 20
Immagine di La svogliatezza suicida dei partiti sulla riforma del loro finanziamento
Dicono che Giorgio Napolitano, che pure con i segretari di Pdl, Pd e Udc mantiene un canale di comunicazione sempre aperto e quasi quotidiano, abbia scosso la testa in silenzio, come a dire: “Perdonali, perché non sanno quello che fanno”. Renato Schifani, presidente del Senato, invece lo ha detto, e con inusuale e allarmata nettezza per una carica istituzionale: “Non sta a me parlare di commissariamento, dico però che se i partiti si faranno precedere da Giuliano Amato sul finanziamento pubblico assisteremo alla loro definitiva perdita di credibilità”. La riforma è slitatta a dopo le amministrative. Solo Pier Luigi Bersani, ieri, sembrava aver percepito un lugubre accenno di campane a morto per la politica. “Dobbiamo andare in Aula subito, anche senza accordo. Noi siamo per il dimezzamento immediato del finanziamento ai partiti a cominciare dalla prossima rata”, ha detto il segretario del Pd.

Per il resto silenzio, complice per alcuni, solo imbarazzato per molti altri. Angelino Alfano e Pier Ferdinando Casini si mantengono al centro della strada, su solchi comuni, per quanto paludosi: è nei loro partiti che si concentrano gli ostacoli che faranno rinviare la riforma a dopo le elezioni amministrative. Non sono pochi quelli che vedono nella simmetrica svogliatezza di Pdl e Udc una condanna per tutto il ceto politico alla vigilia di elezioni che potrebbero andare malissimo per tutti. “Sono la curva che precede una corsa verso il vuoto. Questo è il modo peggiore di presentarsi alle urne”, dice Deborah Bergamini, deputato del Pdl, che assieme a molti altri parlamentari è preoccupata dal torpore che sembra avvolgere la politica. “E’ come se alcuni di noi fossero vittime di un incantesimo. Bisogna svegliarsi, l’assonanza con il 1992-1993 è evidente. Alfano si muove benissimo, ma c’è chi lo osteggia. Non capiscono che in questo modo ci mettiamo nelle condizioni di essere spazzati via? Noi dobbiamo fare le riforme, tutte, e subito: il finanziamento pubblico, la legge elettorale e la riforma istituzionale. Non c’è più tempo da perdere o comanderanno solo banche e tecnocrati”.

L’immagine stridente è con le concomitanti elezioni amministrative in Inghilterra: il sindaco di Londra Boris Johnson, che qualche lezione di marketing forse l’ha presa, in tempi di crisi si sposta in metropolitana e tiene i suoi comizi su una panchina pubblica, mentre a Roma, tra lampeggianti e auto blu, i politici in grisaglia riescono a comunicare soprattutto protervia castale: niente taglio dei fondi pubblici, e anche la riforma elettorale incontra ostacoli nei recessi più oscuri e privati delle segreterie. L’antipolitica è indicata dagli uomini di partito come un rischio da scongiurare e un nemico da sconfiggere. “Attenti a Grillo”, dicono. Ma è una musique de robinet senza un acuto, una dissonanza, un trillo: un parlottìo inafferrabile, “esasperante”, dice Giuseppe Moles, del Pdl: “Alle parole non corrisponde l’azione. Come i porcellini incolonnati al macello, anche nei partiti c’è chi si illude che la cattiva sorte tocchi solo agli altri”.